Migranti di ieri e di oggi: “Hanna e Violka”

di Alessandra Tommasi

Rossella Piccinno, sul palco del Cinema Elio, si definisce un po ladra. Ladra di immagini e di momenti privati. Di tutta risposta Violka, la giovane protagonista del documentario, si lascia scappare una lacrima, il suo ricordo di una giornata d’inizio estate in cui si era lasciata portare via da Ruffano, borgo salentino assolato. Le benedizioni delle donne la seguono, sparendo dal lunotto posteriore.

Violka torna a casa, in Polonia. Sul marciapiede, la “nonna” la saluta come ha imparato a salutare Ntoni,  al tempo che partiva per la Svizzera quando erano giovani e appena maritati. La saluta anche Hanna, sua madre. Hanna è la badante di Ntoni, una delle 1.700.000 badanti recensite in Italia. Di queste, solo una piccola parte è in situazione regolare, in seguito al tentativo di regolarizzazione statale, che non ha però sortito esiti positivi come si pensava.

Hanna, immigrante di oggi, si prende cura 23 ore su 24 di ‘Ntoni, immigrante di ieri. Il documentario della Piccinno, con discrezione e sensibilità, racconta la storia di due famiglie: quella di Ntoni, nonno salentino ex immigrato e bisognoso di cure nella sua tarda età, e quella di Hanna, trasferitasi in Italia da Chlem (Polonia) alla ricerca di un lavoro che possa assicurare un miglior sostentamento alla sua numerosa famiglia. In occasione della vacanza annuale, Hanna viene sostituita a Ruffano dalla figlia diciannovenne, Violka appunto, nelle sue mansioni di badante.

La regista, presente in sala, segue nel suo racconto l’esperienza delle due donne, delineando cosi lo spaccato sociale ed emotivo di questo intreccio di vite tra la periferia salentina e polacca.  Una storia campione, una delle mille storie che scorrono tra i borghi del sud Italia,  ma che grazie alla camera da presa sale in superficie, districandosi agli occhi dello spettatore.

Vediamo cosi materializzarsi le vie di Chlem, i parchi di divertimento, i mercatini, le botteghe dei parrucchieri. D’un tratto, Hanna non è solo un’ infermiera straniera a tempo pieno che passeggia per Via Europa portando Ntoni sottobraccio: è una donna, una mamma, una sorella e una figlia, costretta a lasciare la propria casa per poter offrire ai figli un futuro migliore.

E la giovane Violka, che viaggia ancora stringendo forte il suo peluche, scopre lungo il film cosa vuol dire lavorare duramente, quanto sacrificio comporti prendersi cura di un uomo non più autosufficiente, lontana da casa e dalla realtà adolescenziale a cui è abituata.

Seppure sia chiaro, nel film, lo splendido rapporto che si instaura con la famiglia di Ntoni, accogliente e premurosa come sanno esserlo le famiglie del Sud, le mansioni giornaliere affidate a ad una badante stridono con la giovane età della ragazza,  denunciando le condizioni di lavoro a cui questa moltitudine di donne sono costrette in Italia.

Alla presenza di Ada Donno, del Forum Donne Native e Migranti (NaeMi) , si analizza cosi la condizione di queste donne: spesso irregolari, esse rinunciano al loro tempo privato per dedicarsi alla cura degli anziani, con una sola ora di libertà al giorno. Nessun diritto, nessuna prevenzione sociale, nessun sindacato che possa difenderle. Tutto ciò in un Paese, l’Italia, che ha forse dimenticato troppo presto le sofferenze dei suoi migranti, quando partivano verso il Nord con la loro valigia di cartone, a scavare nelle miniere del Belgio o lavorare in Svizzera per  poter inviare qualche soldo alla famiglia.

Purtroppo però, queste sono storie scomode: non è facile ammettere che le badanti, anche se diventano parte della famiglia dove lavorano, non sono rispettate per la fatica che compiono, poiché un incarico che impegna 23 ore della tua giornata,  per di più sottopagato, non rispetta la tua dignità di uomo e lavoratore.  Non è facile nemmeno ammettere che questa situazione fa comodo un po a tutti, perché rispettare i principi di remunerazione comporterebbe una spesa troppo elevata per le famiglie.  Ancora più difficile, se vogliamo, è rendersi conto che la stessa necessità di far riferimento ad una badante denuncia una mancanza sociale nelle famiglie: spesso le donne che vengono dall’est compensano l’assenza di assistenza nello stesso circolo familiare.

“Hanna e Violka”, nel suo racconto ironico e discreto, propone una storia, ma allo stesso tempo ricontestualizza questa realtà, mostrando cosa si cela dietro ai volti delle donne che popolano le case dei nostri parenti. Donne coraggiose e dedite al sacrificio, migranti del nostro tempo, raccontate da un occhio che, se ruba immagini, è solo per raccontare quello che veramente accade, e che pochi hanno il coraggio di guardare.

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